Orari Parrocchia

Orario Sante Messe
Feriali

7:45 ; 18:00

Festivi

8:30 ; 10:00 solo per bambini e famiglie che seguono il catechismo per la comunione
11:15; 12.15; 18:00


Orari Segreteria
orario invernale
lunedì-venerdì: 10.00 - 12.30 , 16.00 - 19.00
sabato e prefestivi: 10.00 - 12.30
domenica e festivi: chiusa
orario estivo
lunedì-venerdì:17.00 - 19.00

Utenti in linea

· Ospiti in linea: 1

· Iscritti in linea: 0

· Totale iscritti: 53
· Il nuovo iscritto: ddellascala

11-IV di Pasqua anno C

IVa Domenica di Pasqua – Anno C

Nessuno ci può separare dal suo amore

Gv. 10, 27-30

6 maggio 2001


Le allegorie del pascolo, del gregge, del pastore, sono molto comuni nella Bibbia, ma non vorrei fermarmi a illustrarne i diversi aspetti, perché sono simbologie un po' lontane dalla nostra sensibilità e lo sforzo di adeguarci ad esse potrebbe farci trascurare il senso profondo del messaggio. Credo quindi che sia più opportuno fermarci immediatamente sul messaggio trasmesso da Gesù.
Sono quattro versetti, con tre affermazioni fondamentali molto chiare:
- il rapporto con Gesù: "Io le conosco, ascoltano la mia voce e mi seguono",
- il valore che ha il Vangelo per il nostro cammino: "Io do loro la vita eterna",
- la certezza di fondo: "Nessuno può rapirle, non possono andare perdute".
C'è una connessione profonda tra i diversi aspetti, per cui anche la certezza di fondo della terza affermazione è condizionata dalle affermazioni precedenti, cioè dell'ascolto della parola e dell'accoglienza della vita. La salvezza non è un dato sancito da uno stato giuridico o dall'appartenenza alla Chiesa e neppure dalla pratica religiosa. Non è la nostra azione, la nostra fede che salvano, ma la Parola che accogliamo, il dono dello Spirito di vita che interiorizziamo. Riflettiamo brevemente su questi temi


“Io le conosco, ascoltano la mia voce e mi seguono”.

Il rapporto con Gesù è il dato costitutivo dell'unità di tutti i cristiani. Voi sapete il grande cambiamento che sta avvenendo oggi nel rapporto con le altre comunità cristiane e il passaggio dalla uniformità come criterio dell'unità al pluralismo riconciliato, quindi alla diversità accolta e riconosciuta come valore. La ricchezza del Vangelo è tale che esige una molteplicità di espressioni, non può essere concretizzata in una sola tradizione, in una sola spiritualità, in un'unica gabbia culturale o in un unico modello teologico.
Fin dall'inizio è stato così. Tra le prime comunità cristiane – la comunità di Gerusalemme, le comunità paoline, le comunità di Roma, le comunità di Pietro, le comunità degli altri apostoli - ci sono state diversità notevoli nelle strutture, nella spiritualità e nelle tradizioni. C'era diversità nella stessa celebrazione della Pasqua, perché alcuni seguitarono a celebrarla nella data ebraica, cioè sempre il 14 di Nisan, che cadeva quindi in giorni diversi, altri invece la celebravano sempre lo stesso giorno della settimana: la domenica successiva l'equinozio di primavera, perché Gesù era risorto o almeno apparso il giorno dopo il sabato. Poi su questo si misero d'accordo, con una certa difficoltà, nei secoli successivi, ma di per sé le diversità cominciarono fin dall'inizio. Quindi fin dall'inizio c'erano diversità, che ad un certo momento divennero motivo di divisione e di reciproche condanne. Così cominciò una lunga fase di incomprensioni e di contrasti.
Oggi siamo in grado di vivere questo pluralismo in modo riconciliato. E’ un cammino lungo da compiere, che richiede atteggiamenti spirituali non ancora pienamente sviluppati: l'ascolto della Parola, il dialogo, la sequela del Maestro. Questo ultimo è il dato formalmente unitario, perché è un atteggiamento che tutti i cristiani devono avere. La formula è suggerita dalla lettera agli Ebrei, sia nel capitolo 12, v.2: "corriamo con perseveranza tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" che nel capitolo 3 v.1, quando dice: "Perciò, fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, apostolo e sommo sacerdote della fede che professiamo". Questo è un atteggiamento essenziale, per chi vuole seguire Gesù.

Ma cosa vuol dire 'tener fisso lo sguardo', ‘prestare attenzione’? Non vuol dire sapere a memoria il Vangelo, perché di per sé il Vangelo, quello scritto, quello che leggiamo nelle liturgie, non è la parola di Gesù, è la narrazione degli eventi che Gesù ha vissuto e la trascrizione del messaggio che egli ha trasmesso; ma narrazione e trascrizione fatte secondo le diverse sensibilità delle comunità nelle quali veniva annunciato il Vangelo.
'Tener fisso lo sguardo su Gesù', ‘prestare attenzione’ vuol dire andare oltre la pagina scritta del Vangelo. Questo non significa che è inutile leggerlo, perché noi possiamo andare oltre proprio partendo dallo scritto; solo voglio sottolineare che non è sufficiente conoscere lo scritto per conoscere Gesù, quella è la prima fase per andare oltre. E andare oltre vuol dire far risuonare dentro di noi la sua parola, così da coglierne le novità mai percepite prima. I primi cristiani attribuivano questo processo allo Spirito, il termine con cui designiamo l'azione di Dio che irrompe come novità dal futuro: lo Spirito Santo nell'economia trinitaria indica precisamente la novità dell'azione di Dio. La sequela di Gesù consiste nel lasciarsi penetrare ogni giorno dalla potenza dello Spirito che esprime novità di vita e suscita processi nuovi di solidarietà. Per questo, anche se uno impara il Vangelo a memoria, ogni giorno deve accogliere lo Spirito, perché ciò che è stato scritto non è sufficiente.
Per questo Paolo diceva ai fedeli di Corinto “La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2, 4-5).
Quando ci lasciamo condurre dalla Spirito possiamo dire con Paolo “ora noi abbiamo il pensiero (o la mente, nous, 1 Cor 2, 16) di Cristo” e possiamo accogliere il suo invito di sviluppare in noi “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil. 2, 5). Quando Paolo scriveva le sue lettere non c'erano ancora i Vangeli scritti dagli evangelisti. Quindi quando diceva: ‘abbiamo il suo pensiero’ o sollecitava ad avere “gli stessi sentimenti” chiedeva di accogliere il suo Spirito per crescere anche noi nella sensibilità dei figli di Dio.
Questo è seguire Gesù. Quindi la sequela non è un qualcosa che può essere realizzata una volta per tutte per poi vivere di rendita. Non si vive di rendita con la Parola di Dio, occorre ogni giorno accogliere lo Spirito e svilupparne le risonanze nuove. Questa esigenza dipende dalla natura stessa della Parola di Dio, che è energia spirituale. In più si aggiunge un dato fondamentale: che noi cresciamo, per cui le stesse parole già ascoltate ogni giorno devono essere riascoltate, perché acquistano significati nuovi, perché siamo cambiati noi.
Vedete i due aspetti, che potremmo dire oggettivo e soggettivo. Aspetto ‘oggettivo’ nel senso che la Parola di Dio, la forza della vita che continuamente ci viene offerta, contiene in sé tali ricchezze che non possiamo interiorizzarle e accoglierle in una sola situazione, ma dobbiamo ogni giorno aprirci e interiorizzarle. Aspetto ‘soggettivo’, nel senso che noi cambiamo crescendo, per cui quelle stesse cose che abbiamo ascoltato un giorno oggi per noi hanno significati nuovi, se le riascoltiamo, cioè se ne facciamo memoria, se le riprendiamo. E’ un'esperienza che tutti facciamo ogni giorno. Questo non vale solo del Vangelo, vale di tutti gli scritti, vale di tutte le esperienze storiche, perché poi al fondo di tutte le esperienze storiche c'è la stessa Parola creatrice, c'è la stessa forza della vita che è sempre più grande dei nostri pensieri, come dice qui Gesù. Giovanni diceva: "Dio è più grande del nostro cuore" (IGv.3,20). Per questo non possiamo racchiuderlo in un solo sentimento, in un solo stato d'animo, in un solo pensiero.
Questo significa seguire Gesù. E questo consente di esser conosciuti da lui.
L'essere conosciuti non è un dato legato esclusivamente all'azione di Dio in noi, è un dato dipendente dal nostro atteggiamento di accoglienza: noi ci facciamo conoscere interiorizzando il dono e diventando figli. Consentiamo cioè all'azione di Dio di diventare nostra perfezione. In questo modo diventiamo trasparenti, luminosi, per cui siamo conosciuti così come siamo. Dio riconosce i suoi doni. Altrimenti noi ci inganniamo, tentiamo di ingannare Dio, ci mettiamo le maschere, confondiamo la nostra realtà interiore, ci illudiamo di essere quello che non siamo. L'essere conosciuti da Dio vuol dire accogliere i suoi doni e diventare figli suoi, raggiungere cioè la nostra identità di figli. Allora siamo riconosciuti. Se non diventiamo figli non possiamo essere conosciuti. In realtà non siamo conosciuti da Dio perché siamo già diventati, ma diventiamo perché accogliendo i suoi doni siamo conosciuti. Se non accogliamo l'azione divina non possiamo essere conosciuti. L'azione di Dio con cui siamo condotti alla nostra identità filiale diventa la nostra realtà, per cui diventiamo in quanto siamo conosciuti da Dio. Esiste una circolarità continua nella nostra crescita personale.
Ma questo deve avvenire nella consapevolezza, nella lucidità interiore. E la preghiera, la riflessione, il silenzio, dovrebbero condurci ogni giorno a queste forme nuove di vita interiore, così da diventare quello che ancora non siamo ed essere conosciuti come figli.
Questo è il cammino della vita spirituale: è il seguire Gesù in modo da essere conosciuti come figli.


“Io do loro la vita eterna”.

Il secondo messaggio è collegato al primo, anzi, ne è il risvolto vitale. L’espressione ‘vita eterna’ nel Vangelo di Giovanni non indica semplicemente il dopo morte, ma la dimensione della persona che si sviluppa ora e si sviluppa oltre la morte. Se la vita eterna non si sviluppa nel tempo la morte fisica diventa, come dice ancora Giovanni nell'Apocalisse, la 'seconda morte' (Ap 2,11, 20,14, 21,8). Il carattere drammatico della nostra condizione: consiste nel fatto che può finire definitivamente con la nostra morte, cioè la morte può segnare il fallimento di un'avventura che la vita tentava di svolgere in noi. Allora la morte coincide con la seconda morte.
Qual è la condizione perché non ci sia la seconda morte? E' lo sviluppo in noi della vita eterna, cioè la crescita in noi dell'identità filiale, è lo sviluppo di quella ricchezza interiore per cui acquistiamo un'identità che resta per sempre. Potremmo dirlo anche in un altro modo: l'azione di Dio riesce a esprimere un'immagine sua definitiva che resta per sempre. Durante la nostra vita l'immagine viene formata provvisoriamente, in modo frammentario. La morte dovrebbe fissare per sempre l’immagine sviluppata lungo la storia, il figlio di Dio cresciuto in noi, il nostro “nome scritto nei cieli” (Lc 10,20).
Ora, Gesù dice che la funzione che egli ha come pastore è donare la vita eterna, cioè far crescere i figli nella loro dimensione definitiva. Anche questa realizzazione è condizionata dalla nostra accoglienza, coinvolge la nostra sensibilità, coinvolge la nostra sintonia. Possiamo rifiutare di crescere come figli, possiamo non accogliere il dono. E questa è precisamente la possibilità drammatica della nostra condizione: rifiutare il dono di Dio.


“Nessuno può rapirle dalle mani di Dio”.

E’ facile interpretare questa formula – come l’altra simile di Paolo: “nessuno può separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù” (Rom 8,39b) - come se fosse la garanzia del successo dei nostri progetti. Non è così, Gesù non dice: "Avrai successo", anzi, dice che il cammino che dobbiamo compiere ha sì un traguardo sicuro, perché nessuno ci può separare, ma è il traguardo del suo stesso cammino che è la croce. Questo è comprensibile proprio perché noi siamo creature, tutto ciò che ci riguarda è provvisorio, insufficiente, inadeguato, disordinato. Non abbiamo ancora raggiunto l'identità definitiva. L’identità attuale deve essere abbandonata, dobbiamo imparare a morire e passare per la morte. La morte è un traguardo obbligato, ce l'abbiamo di fronte. Per cui "nessuno può rapirle dalle mie mani" non vuol dire "non morirai", vuol dire: "la tua morte non sarà la fine definitiva ma la rinascita”.
Questo vale anche per la Chiesa: anche la Chiesa deve imparare a morire. Per questo se noi pensiamo alla Chiesa come ad una struttura perfetta, che deve restare per sempre, che non deve vivere processi di cambiamento profondo per passare a forme inedite, se ci aggrappiamo all'esistente come al definitivo, noi tradiamo il Vangelo, cioè non consentiamo la novità dello Spirito, non cresciamo come figli di Dio.
La tentazione di bloccare il processo è continua nella nostra vita personale, perché non vogliamo distaccarci da ciò che pensiamo, da ciò che siamo, da ciò che abbiamo realizzato. Ma la viviamo anche come Chiesa, perché pensiamo che le forme attuali, la struttura sacramentale, le formule dottrinali, le indicazioni morali, siano così assolute e definitive che non debbano essere messe in crisi per raggiungere traguardi nuovi. La tentazione di interpretare la sicurezza di fondo espressa dalle parole di Gesù come la sicurezza delle dimensioni storiche è molto pericolosa, perché condurrebbe ad assolutizzare il presente, lo storico, mentre di assoluto c'è una sola cosa: l'amore di Dio per noi, la sua Parola di vita, il dono dello Spirito che continuamente ci offre. Questo è assoluto. Ma la modalità che l’azione divina acquista in noi è sempre provvisoria, funzionale a un cammino ulteriore, a un traguardo che dobbiamo raggiungere.
Guai però se noi viviamo questa provvisorietà senza rinnovare la nostra fiducia nell'azione di Dio, cioè senza scoprire la certezza della sua presenza. Solo allora nessuno può rapirci dalle sue mani, neppure la morte. Questa è la certezza che deve guidarci. Ma dobbiamo consentire di restare nelle mani di Dio, di lasciarci portare ogni giorno, di accogliere continuamente il suo amore per crescere come figli suoi. Allora avvertiremo qual è il significato profondo di questa parola: "Nessuno ci può separare dall’amore di Dio".
Pagina resa in 0.28 secondi!
438,583 visite uniche