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12-V Domenica di Pasqua – Anno C

Va Domenica di Pasqua – Anno C

Gv. 13, 31-33a; 34-35

Il comandamento nuovo

13 maggio 2001


Gesù dà come tessera di riconoscimento, come elemento specifico della comunità dei suoi seguaci, il ‘comandamento nuovo’. Vuol dire che dava molta importanza al cambiamento che sollecitava, alla novità che voleva introdurre. Allora per noi è estremamente importante determinare bene a che cosa si riferisce Gesù, perché si tratta appunto della nostra identità di discepoli.

Voglio però, prima di iniziare la riflessione, mettere in guardia da una concezione statica dell'identità - e quindi anche dell'amore - cioè come se, una volta determinata e raggiunta, l’identità sia immutabile; mentre la vita è un processo: noi non siamo, diventiamo. Quindi la legge che Gesù indica non è una legge dell'essere, è una legge del diventare. Che condurrà poi a un essere, ma a una forma di essere che non possiamo immaginare, descrivere, fissare in categorie assolute.
Questo ci impedisce di cadere nel fondamentalismo dell'amore, che è terribile, come il fondamentalismo della virtù, che impone il bene come un qualcosa di esteriore, come l'abito che si mette addosso o come un soprannome che uno dà a un altro. Invece l'amore, come la propria identità, non può altro che fiorire dal di dentro. Ma non fiorisce in un istante, bensì in una successione di esperienze, di scelte, di decisioni. Questo teniamolo presente, per non fissarci in una modalità anche buona, ma che non riguarda il compimento.
Questa è una delle caratteristiche relative a tutti gli aspetti della vita cristiana, che viene chiamata la sua dimensione ‘escatologica’: tutte le dimensioni dell’esistenza tendono a un compimento, per cui non sono mai definibili compiutamente; non possiamo mai dire "questa è la perfezione", perché la perfezione è al termine. Quindi non possiamo descrivere né immaginare la forma compiuta della perfezione cristiana; l'unica cosa che possiamo fare è indicare il cammino, l'orientamento.

Questo vale anche per il comandamento nuovo di cui il Vangelo ci parla. Analizziamolo in modo dettagliato.
Non possiamo ridurlo semplicemente all'amore: l'amore non è un comandamento cristiano, l'amore è la legge fondamentale della crescita delle persone umane: è stata sempre la legge fondamentale (anche se non sempre è stata capita bene o vissuta bene), quindi non può essere una specificità cristiana. Anche da un punto di vista religioso, tutte le grandi religioni prima o poi hanno scoperto e riscoprono continuamente la legge dell'amore nelle diverse forme. In particolare le espressioni mistiche delle diverse religioni sono giunte a manifestazioni eccelse di amore, di oblatività, di misericordia. Quindi anche da un punto di vista religioso, non dobbiamo considerare l'amore come una specificità cristiana.
Eppure Gesù dice: "Vi do un comandamento nuovo". A che cosa si riferisce Gesù, visto che anche nella religiosità ebraica c'era già il comandamento dell'amore, quindi non può essere un comandamento nuovo.
Per individuare bene il comandamento dell’amore nel suo aspetto di novità, esaminiamo le caratteristiche particolari cui Gesù si riferisce, per la sua esperienza, nel suo insegnamento; ed esaminiamo il fondamento che egli indica, per capire bene anche le caratteristiche, le situazioni concrete.

La novità del comandamento dell’amore proposto da Gesù.

Partiamo da come Gesù ha vissuto questo comandamento, dato che egli dice: "come io vi ho amato". Quindi è tenendo fisso lo sguardo su di lui, analizzando il modo come Gesù ha amato, che siamo sollecitati a individuarne le caratteristiche particolari.
Come Gesù ha amato? Quali sono le circostanze? Le circostanze sono quelle dettate, fissate, dalla sua morte, dalla sua passione. Giovanni nell'introdurre le ultime fasi della vita di Gesù usa questa espressione: "Avendo amati i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (13,1); che è una formula plurivalente: “sino alla fine” vuol dire certo fino alla fine della sua vita, ma anche fino all'estremo, cioè con le espressioni massime che la situazione storica gli ha consentito.
Il dramma che Gesù ha vissuto e che gli evangelisti descrivono nell'agonia, io credo abbia riguardato proprio questo aspetto, che era il punto centrale del suo messaggio e che Gesù si è trovato a vivere in condizioni drammatiche. Il dramma che Gesù ha vissuto ha riguardato precisamente la possibilità di continuare ad amare nel modo radicale, gratuito, che egli aveva insegnato, anche nella situazione drammatica in cui si veniva a trovare: della crocifissione prevedibile, o forse della lapidazione. Com'era possibile continuare ad amare perdonando, porgendo l’altra guancia, offrendo misericordia,nella situazione così radicalmente violenta che si stava delineando?
Certamente Gesù ha avuto il dubbio di poterlo fare. Dobbiamo entrare all'interno di questi meccanismi, anche psicologici, di Gesù. Si sarà chiesto: come sarà possibile continuare ad amare così? Gesù aveva intuito che quella era la legge fondamentale della vita, l'aveva dettagliatamente indicata, l'aveva anche vissuta, ma ora si veniva a trovare in una situazione così estrema - di violenza, di odio, di ingiustizia, di opposizione al volere di Dio - che suscitava certamente il dubbio: sarà possibile continuare ad amare così? Questo è stato il dramma che Gesù ha vissuto fino a sudare sangue e ad abbandonarsi con fiducia: "La tua volontà si compia. Se a questo mi chiami, certo sarà possibile, perché questo è il tuo volere: che io continui ad amare".
Questo è il primo tratto fondamentale del 'comandamento nuovo': continuare ad amare anche quando non c'è risposta, anzi, quando c'è la violenza e l'odio come risposta, quando non c'è nessun'altra prospettiva se non l'offerta gratuita di un perdono insensato, che non sembra avere alcun valore, alcuna efficacia. A cosa può servire perdonare uno che ti uccide, se non gli ferma la mano della violenza? A cosa può servire? Eppure proprio questo aspetto è quello che rende significativa la morte di Gesù, anzi, che l'ha resa salvifica, dato che Gesù non ci ha salvato perché ha sofferto, ma perché ha continuato ad amare anche quando la sofferenza giungeva alle forme assurde della violenza ingiusta e gratuita. Per questo ci ha salvato, perché ha continuato ad amare così.
E questo è stato sempre il segno della fedeltà al Vangelo. Lungo i secoli della storia cristiana la forma specifica assunta dalla testimonianza del Vangelo è stata questa. Le altre modalità sono generiche, ma questa dell’amore che perdona è stata considerata sempre la testimonianza sufficiente della fedeltà al Vangelo.
Evidentemente non dobbiamo considerare significative solo queste forme estreme, radicali. Queste non possono essere provocate. In realtà ci sono stati tentativi di giustificare la provocazione del martirio, quasi di favorirlo, ma sono stati sempre riprovati. Perché decisiva è la testimonianza dell'amore: non è la morte come tale né la sofferenza per il Vangelo, bensì la manifestazione dell'amore.

Non possiamo certo provocare queste situazioni estreme per mettere alla prova la nostra fedeltà, ma nella nostra vita ci sono numerose circostanze in cui possiamo esercitarci, verificare la nostra volontà di aderire a Gesù, di tener fisso lo sguardo su di lui, di essere suoi discepoli. Le circostanze della nostra vita sono numerosissime: è sufficiente avere gli occhi aperti e ci accorgiamo subito di situazioni di incomprensione, di umiliazione, di emarginazione, di mancanza di fiducia. Esercitarci a esprimere positività in quelle situazioni, a compiere gesti di amore in quelle circostanze, è la garanzia della fedeltà. Essa diventa per noi stessi la verifica della validità del vangelo, perché scopriamo a quale forma di vita, a quale ricchezza, a quale gioia (per dirlo proprio con la parola di Gesù) conduce disponibilità a offrire vita, a esprimere amore anche nelle situazioni negative.

La forza dello Spirito, fondamento del comandamento nuovo.

Tutto questo sarebbe ancora insufficiente per capire la novità del comandamento, perché potrebbe essere vissuto come esecuzione del volere di Dio, come un impegno da assumere, come un dovere morale. e allora l'amore perderebbe la sua carica di libertà, non sarebbe il fiorire in noi della grazia, l’espressione di un'azione accolta, di una forza di vita a cui ci apriamo, di un'energia dello Spirito che accogliamo, mentre questo è il tratto più specifico della novità. Gli apostoli hanno cominciato a esprimere questa loro esperienza dopo essere stati avvolti dalla forza dello Spirito: allora hanno cominciato a vivere i rapporti tra loro in un modo inedito e hanno cominciato a parlare di agàpe.
Quindi è necessario avere la consapevolezza del fondamento di questa possibilità: non siamo sollecitati ad amare per compiere un dovere, perché Dio ce l'ha comandato ma perché in noi lo Spirito opera le opere di Dio, come diceva Giovanni, o pronuncia le parole di Dio. La ragione, il fondamento, dell’amore agapico è l'azione di Dio in noi accolta nella preghiera, nella contemplazione, nella sintonia con la sua presenza. Questo è il punto specifico.
Gesù l'ha espresso in modo molto chiaro nei versetti del Vangelo di Giovanni più volte richiamati: "Come il Padre ha amato me e io rimango nel suo amore, così ho amato voi" (15, 9.10). Non è semplicemente una modalità storica a cui dobbiamo riferirci, l’amare quando non ci sono risposte, quando non c'è gratificazione, anzi, quando c'è odio. C’è qualcosa di più, il riferimento all’amore di Dio: "Come il Padre ha amato me e io rimango nel suo amore, così ho amato voi, rimanete nel mio amore". E poi al v.17 conclude: "Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri". Quindi non è un semplice impegno che assumiamo di compiere la volontà di Dio: per la forza dello Spirito ci lasciamo condurre ad esercitare la gratuità e l'oblatività del suo amore.
L’amore agapico esige un atteggiamento particolare di ascolto-accoglienza, ci chiede di restare in sintonia continua con la parola-azione di Dio in noi, di ‘pregare sempre’, come diceva Gesù..
Che cosa significa: pregare sempre? Non consiste nel recitare delle formule, bensì nel restare sempre alla sua presenza, nel vivere consapevolmente l'accoglienza della sua azione. Non è una cosa impossibile, non è nemmeno estremamente difficile: possiamo operare con la consapevolezza: che tutto ci è continuamente offerto e donato. Se restiamo in sintonia, nella stessa lunghezza d'onda, in noi si rinnova la meraviglia della vita del figlio di Dio che in noi fiorisce, cresce e si esprime in una qualità nuova di rapporti, in una forma nuova di amore.
E così comprendiamo la legge del processo: l’amore agapico non è una qualità fissata una volta per sempre, è un'avventura che ogni giorno presenta una tappa inedita. Ogni giorno aprendo gli occhi possiamo interrogarci: quale forma nuova di amore oggi la vita potrà esprimere in me? E possiamo con certezza attenderla, perché la vita non è mai fissata nei traguardi raggiunti. Interrogarci: Quale forma di amore oggi la vita potrà esprimere in me? E attenderla con gioia, con curiosità anche, perché se restiamo in questa lunghezza d'onda certamente ci saranno delle forme di tenerezza, di oblatività, di ascolto, di misericordia che fioriranno in noi, suscitando la nostra stessa meraviglia. Le novità non dipendono dalle nostre radici e neppure dal nostro terreno, ma da una forza che continuamente ci investe e sa suscitare in noi forme nuove di vita e di amore.

L'eucarestia, che celebriamo è il sacramento di questa novità dell'amore. Chiediamo allora al Signore di poter essere sempre attenti alla sua parola-azione che in noi vuole esprimersi e creare in noi modalità nuove di esistenza, quella appunto dei figli di Dio.
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