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02-II quaresima anno C

IIa Domenica di Quaresima – Anno C

Lc. 9, 28b-36

Gesù sul Tabor prega e decide

11 marzo 2001


E’ un momento importante quello che Gesù vive sul Tabor, sul monte della Galilea, con i tre apostoli: importante per le circostanze in cui si trovava, per la decisione che prende, per il coinvolgimento anche degli apostoli, che ponevano resistenze.
Era un momento di crisi profonda per gli apostoli e per Gesù. Il vangelo che annunciava veniva rifiutato da tutti e trovarsi di fronte a un rifiuto certamente lo sconvolgeva, metteva in crisi il suo impegno e il suo entusiasmo: era opportuno continuare in questa proposta se tutti la rifiutavano, se i capi del popolo stavano tramando per ucciderlo? Gli erano già pervenute delle voci e anche dei segni molto tangibili di queste trame. La gente non lo ascoltava più. Si era dedicato di più alla cura dei Dodici, ma anche questi ponevano molte resistenze, se pochi giorni prima Pietro lo aveva preso in disparte per rimproverarlo dei suoi discorsi.
In questo momento difficile Gesù intensifica la sua preghiera e quel giorno sale sul monte con tre degli apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, per pregare insieme. Luca richiama questo aspetto, gli altri evangelisti non lo ricordano neppure. Che finalità aveva la preghiera? Per Gesù si trattava di decidere cosa fare in quella situazione: continuare o tornare indietro? cambiare metodo? Per gli apostoli la preghiera poteva indicare un maggiore coinvolgimento nell’avventura di Gesù.
Giunti sul Tabor, certamente recitarono la Bibbia, richiamarono i profeti, che conoscevano a memoria. Sapete che nella cultura del tempo la memoria aveva una grande importanza (c’è ancora qualcuno nel mondo che impara tutta la Bibbia a memoria, ma è una rarità), perché avevano un libro solo da leggere (tant’è vero che si chiamava appunto ‘il Libro’ o ‘i libri’, perché era composto da diversi capitoli), quindi facilmente ne imparavano dei brani. Certamente Gesù avrà richiamato molti brani, quelli su cui meditava per decidere la sua scelta: Elia e Mosè sono appunto il simbolo di questo esercizio della memoria che certamente hanno fatto sul monte. Nella tradizione ebraica Mosè è il rappresentante della Legge. Elia è il profeta per eccellenza, anche se non ha scritto nulla; ma il profeta non era quello che scriveva, bensì chi annunciava Dio, richiamava la fedeltà all’alleanza.
Si trattò quasi, potremmo dire, di una lectio divina fatta con Gesù, da parte di questi tre apostoli, una riflessione sui testi dei profeti e sui racconti dell’esodo. Ricordate un episodio analogo, quando Gesù, dopo la resurrezione, si accosta ai due discepoli di Emmaus lungo la strada e “spiegava loro le scritture” (Lc. 24, 27). Richiamando quell’esperienza, i due discepoli dissero: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre ci spiegava le Scritture?” (Lc. 24, 48).
Sul Tabor gli apostoli si stancarono. Luca dice che “erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli”, anche se non capirono bene tutto. Erano oppressi dal sonno forse anche per la fatica della salita o per la lunghezza della preghiera o per tutte e due le ragioni, perché certamente Gesù li trattenne a lungo. E mentre pregavano avvenne una trasformazione di cui Luca descrive l’aspetto esteriore: la luce, gli occhi splendenti, le vesti…. Gli antichi non avevano il linguaggio dell’interiorità, quindi descrivevano le esperienze interiori con elementi esteriori. Ma certamente è stata un’esperienza molto profonda di preghiera. Sappiamo tutti che la preghiera illumina interiormente, rende trasparenti, perché mette in contatto con la parola-azione di Dio.

Il significato dell’esperienza della trasfigurazione per Gesù.

Quell’esperienza rappresentò per Gesù una conferma del suo cammino. Capì che l’unica via possibile in quella situazione era, si potrebbe dire, ‘anticipare la morte’: si confrontò con la sua morte. Luca lo dice esplicitamente: “Mosè ed Elia… parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”.
Ci sono dei momenti della vita in cui la morte – cioè quell’esperienza di distacco, di distruzione - entra in azione. I biologi hanno messo in luce che il processo della nostra crescita avviene per distruzione di molte cellule, che anticipano la loro morte a favore della vita. Anche già il feto nel seno della madre, per meccanismi ancora in parte sconosciuti, viene ‘scolpito’ attraverso la distruzione di cellule, così che si creano i vuoti (le cavità del cuore, dei polmoni…). Il feto non cresce quindi per un semplice sviluppo: avviene quasi come il cesello dello scultore, che scolpisce l’immagine eliminando tutte le parti superflue, quindi facendo emergere la figura dal masso di legno o di marmo che sta lavorando.
Gesù si stava costruendo come figlio di Dio nella sua carne e lo sviluppo avviene attraverso il distacco, il confronto con la morte. Non era il tempo maturo per Gesù, sarebbe ancora potuto vivere a lungo. Invece si confronta con l’anticipazione della morte. Non per soffrire, ma perché la vita si imponga. In quella situazione non c’era altra possibilità che confrontarsi con la morte. L’altra possibilità era la fuga: ma chi avrebbe mai accettato il suo vangelo se non l’avesse vissuto fino in fondo? Se non avesse mostrato fino a che punto la vita poteva trionfare, quale qualità di vita poteva emergere seguendo le indicazioni che nel suo vangelo egli proponeva a tutti gli uomini? Nessuno. In quel momento Gesù era il solo a credere a questo. Luca nota infatti al termine del racconto: “Gesù restò solo”. Infatti anche dopo la riflessione e la preghiera ancora gli apostoli non avevano accolto il suo messaggio. Gesù rimase solo, ma deciso, fortificato nella sua convinzione di proseguire il suo cammino verso quell’identità filiale che gli stava di fronte e che in quella circostanza non poteva raggiungere altro che continuando il cammino fino a Gerusalemme.


Il significato dell’esperienza della trasfigurazione per gli apostoli.

Anche per gli apostoli fu un’esperienza significativa, che poi dopo la Pentecoste acquistò un significato ben preciso. Ce ne sono risonanze nella II lettera di Pietro che, anche se non è stata scritta da lui, certamente riporta il suo racconto dell’episodio del Tabor.
In quel momento gli apostoli non ebbero neppure l’ardire di dire nulla a nessuno, perché era ancora così vago, così oscuro quello che avevano sperimentato! Certo, avevano fatto un’esperienza di incontro con Dio, avevano ascoltato una parola, avevano capito che in Gesù si realizzava un mistero più grande: “Ascoltatelo, è il figlio mio”, cioè il messia. Avevano capito questo, ma l’avevano capito nel terrore, nell’oscurità: “Avvolti nella nube, ebbero paura”. E’ l’incontro col mistero che fa paura, perché non si capisce. Noi vorremmo avere le indicazioni chiare del cammino, mentre la realtà è sempre più grande delle nostre idee e non possiamo pretendere di capire. Soprattutto di capire tutto e subito. Comprendiamo solo lentamente, nella successione. Gli apostoli un giorno avrebbero capito, ma quel giorno non capirono tutto: “entrarono nella nube ed ebbero paura”.
Vi ho ricordato altre volte quelle parole di Gregorio di Nissa nella ‘Vita di Mosè’: “entrò nella nube, non vide nulla e lì incontrò Dio”. E’ un richiamo molto pertinente a questo cammino di Gesù, perché il monte nella figura è precisamente il monte della Legge, il monte della Parola di Dio. Anche gli apostoli entrarono nella nube, ascoltarono la voce, ebbero paura. Non capirono tutto, ma fu sufficiente per loro per continuare il cammino dietro Gesù, per salire a Gerusalemme con lui e per rimanere fedeli (in qualche misura, perché poi fuggirono, ma in seguito si ritrovarono insieme), tranne Giuda, che salì a Gerusalemme con l’intenzione di tradirlo.


Le nostre esperienze di preghiera.

Anche per noi la preghiera - anche quando è una preghiera nelle tenebre, anche quando è una preghiera che non conduce subito alla luce – è un momento essenziale nel cammino di fede, perché ogni volta che facciamo esperienza dell’azione di Dio in noi veniamo modellati nella nostra identità filiale. Anche noi nella preghiera ascoltiamo il nome che per noi è scritto nei cieli, il nome dei figli. E ogni volta che ci viene prospettato questo traguardo abbiamo un’energia nuova per percorrere il cammino di ogni giorno, per abbandonarci con fiducia all’azione di Dio che in noi scolpisce, delinea la nostra identità definitiva. Ci abbandoniamo con fiducia. Anche quando sono esperienze di morte: anche le esperienze di morte ci sono necessarie per la vita, perché c’è molto di superfluo, molto di ingombrante nella nostra storia, che richiede distacchi, richiede decisioni di salire sul monte, di salire a Gerusalemme. Là si compirà il cammino dell’identità, là ci verrà dato il nome di figli, come a Gesù.

Chiediamo allora al Signore in questa liturgia di essere in grado di accompagnarlo nella sua preghiera, di metterci anche noi in ascolto delle parole che narrano del nostro destino e decidere così anche noi, assieme a tanti nostri fratelli, il cammino che conduce a Gerusalemme.
La Pasqua per noi segnerà questo traguardo simbolicamente, ma sarà un confronto anche per noi ogni giorno con la morte, perché fa parte della nostra vita.
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